giovedì 21 aprile 2016

Quel libro nel cassetto - L'EPOCA VITTORIANA secondo VIVIANA GIORGI

Per la rubrica #QuelLibroNelCassetto inizia oggi una nuova sezione dedicata ai consigli per gli autori emergenti e non.
Iniziamo oggi a trattare il genere storico. Assieme a Speciali Ospiti d'Onore tratteremo tutte le sfumature dell'History.
Oggi è con noi Viviana Giorgi che vanta una quindicina di pubblicazioni tra romanzi e racconti con Emma Books e Mondolibri; ha esordito nel 2012 con "Bang Bang - Tutta colpa del gatto rosso", sostenitrice del "lieto fine" e socia fondatrice dell'associazione EWWA, è
un'autrice che predilige "eroine decise ma un po’ imbranate e non certo sofisticate" ed "eroi gloriosamente da sballo".
Perchè come dice sempre Viviana "Se si deve sognare , melio farlo alla grande!"




Oggi apriamo questa sezione dedicata allo storico con un periodo amato e acclamato: L'EPOCA VITTORIANA.
Periodo che fa riferimento alla reggenza in Inghilterra della Regina Vittoria. Un periodo florido, ricco di mutamenti ed espansioni territoriali, ma anche teatro di importanti mutamenti sociali.
I costumi, gli usi, le dimore, tutto ci attrae di quest'epoca idolatrata dalle lettrici di storico, un'epoca adatta a sognare e a fare innamorare, ma con regole importanti da conoscere e rispettare.
Lasciamo la parola a Viviana, ora!


Ciao Viviana, benvenuta nel mio blog. Partiamo subito dalla definizione di “Epoca Vittoriana”. A quale periodo specifico ci si riferisce quanto si utilizza questo termine?

Ciao Linda, sono molto felice che tu mi abbia invitata a fare due chiacchiere su un argomento che amo ma di cui, ci tengo a sottolinearlo, non mi ritergo tra le più esperte! Grazie, sono lusingata del tuo invito!
Quando si parla di “Epoca vittoriana” ci si riferisce ovviamente al periodo in cui Vittoria fu Regina, che va dal giugno 1837 al gennaio 1901. 
È naturale che in un salto temporale tanto ampio anche lo stile letterario, come qualsiasi altro aspetto della vita sociale e culturale, abbia subìto una drastica evoluzione sia dei temi trattati che dello stile utilizzato. 
Insomma, se gli inizi del vittoriano sono ancora impregnati del romanticismo di inizio '800, gli ultimi decenni scivolano sempre più verso il “modernismo”, basti pensare rispettivamente a Charles Dickens e a Thomas Hardy. 
Spesso, quando si parla di epoca vittoriana, ci si riferisce a una pruderie di fondo che in realtà è per me l’aspetto meno interessante. Preferisco pensare al Vittorianesimo come al periodo dei cambiamenti, delle rivoluzioni sociali, delle  denunce sollevate anche grazie all’aiuto degli scrittori. Se all’inizio dell’800 la letteratura era riservata a pochi e si esprimeva soprattutto con la poesia, nei decenni successivi fu il romanzo a diventare popolare, rivolgendosi non più solo alla fascia più colta della popolazione, ma a tutti coloro che sapevano leggere, come borghesi, commercianti, impiegati e anche sempre più donne!  
Dickens pubblica i suoi romanzi (che sono di denuncia oltre a mille altre cose) a puntate sui quotidiani e verso la fine del secolo Wilde e Shaw portano a teatro la loro critica e satira sociale. 

Uno dei maggiori esponenti della letteratura vittoriana è proprio Charles Dickens che introduce il narratore onnisciente. Da qui, questo tipo di narrazione viene largamente diffusa prima di essere soppiantata dal POV dei vari personaggi. Quale tipo di narrazione consideri più idonea per il romanzo vittoriano?

Personalmente adoro questo tipo di narrazione, ma oggi, hai ragione, è del tutto desueta. Il POV dei personaggi dà più ritmo al racconto e si sa che sempre di più, almeno nel romanzo di genere, si tende a stringere più che a lasciarsi andare a lunghe descrizioni. Certo, se si riproponesse il POV del narratore onnisciente, forse sarebbe meglio accolto dal lettore in uno storico che non in un contemporaneo, ma penso che siano gli scrittori, prima degli stessi lettori, a evitarlo. In generale io credo che non ci sia un “tipo di narrazione” più adatta di un’altra a una certa tipologia di romanzo, a meno che l’intento non sia quello dichiarato di ricreare lo stile di un particolare autore. 
Ti racconto un piccolo fatto che mi è capitato di recente, con il mio ultimo romanzo, “Zitta e ferma Miss Portland”, che NON è un vittoriano, ma un regency. Ho utilizzato come sempre la terza persona e il punto di vista alternato dei due personaggi ma, come trait d’union, per velocizzare certi passaggi senza dover omettere particolari del racconto, ho usato il narratore onnisciente. Un modo anche per rendere omaggio a Georgette Heyer, creatrice del regency, che lo utilizzava.  Inoltre, per sottolineare anche graficamente che si trattava non più del punto di vista dei protagonisti ma di “qualcosa di diverso”, ho optato per il corsivo. Una scelta che non sono affatto sicura che sia stata capita e apprezzata.

Da Dickens a Emily Bronte con l’indimenticabile “Cime tempestose” che rivoluziona il genere, offrendo un romanzo pieno di passione e di temi cupi. Il romanzo vittoriano rappresenta un’evoluzione in questo senso? Si può iniziare a mostrare la “passione” senza sottostare ai dogmi imposti dalla società?

Ma certo, ne sono sicura. Neppure le più ferree regole della società inglese vittoriana hanno potuto imbrigliare la passione che, in qualsiasi epoca, ha infiammato le pagine dei grandi romanzi. 
Passione e tinte drammatiche che Dickens, nella sua immensa grandezza, ha saputo rendere ironiche e  fortemente satiriche nei confronti della società. È interessante notare come, fra le donne, le due più famose sorelle Bronte, Charlotte ed Emily, abbiano scritto storie ancora in fondo legate alla moda romantica del gotico, mentre George Sand, qualche decennio più tardi, disegnava con il poco conosciuto “Middlemarch” (vorrei trovare il tempo per rileggerlo) un affresco della società inglese del 1830 circa, descrivendo dalla parte delle donne con molta ironia i cambiamenti  sociali e culturali in corso. 
Scrivere oggi di una qualsiasi epoca storica vuol dire secondo me offrire con mano leggera uno scorcio onesto e corretto di quella società, dei suoi usi e costumi come delle sue ingiustizie, insistendo sugli aspetti che più interessano le nostre esigenze narrative. Non dobbiamo scrivere saggi di storia, ma solo storie.

E concludiamo l’epoca con Oscar Wilde che denuncia la società con “Il ritratto di Dorian Grey”.  Allora era comune per gli autori utilizzare la letteratura per lanciare moniti o messaggi importanti. Quanto è cambiato il romanzo vittoriano a oggi? Ora si utilizza solo per raccontare una storia densa di pathos e atmosfera o si denunciano ancora le tematiche sociali?

Non so risponderti, onestamente. Oggi mi sembra che il periodo vittoriano venga utilizzato soprattutto come background per dei generi precisi: dallo steampunk al mistery gotico e al romance. Atmosfera e pathos probabilmente vincono qui sulle tematiche sociali, insomma la Londra di "Jack lo squartatore", dei sobborghi malfamati o dell’alta società ha sempre il suo fascino; ma, almeno per quel che mi riguarda,  è proprio il cambiamento a interessarmi, l’evolversi della scienza e della tecnologia, l’aprirsi al nuovo secolo. Parlo dello sviluppo delle conoscenze scientifiche, dei trasporti (che hanno sì cambiato il mondo), dell’accessibilità più democratica all’informazione, della denuncia dello sfruttamento del lavoro femminile e infantile, dell’avanzata di nuove classi sociali e  delle prime lotte per l’ emancipazione e per il suffragio (a cui la regina Vittoria, imperatrice di un terzo del mondo, si dichiarò così contraria - per motivi politici - da asserire che le femministe avrebbero dovuto essere frustate). 
Il periodo vittoriano che mi interessa è proprio questo, un mondo ricco di stimoli e fermenti, con tutte le contraddizioni sociali e culturali che il passaggio verso il ‘900 comportava. È ovvio che, ambientando i miei romance in un mondo tanto vivace, ho molte più chance di presentare eroine moderne, non imbalsamate nei ruoli classici (che oggi come oggi sarebbero insopportabili).

Ambientazione vittoriana: la migliore resta quella inglese da cui deriva la stessa definizione o si può uscire dai confini e trasferirsi in America o in Italia con lo stesso successo tra i lettori?

Vittoriano dovrebbe riferirsi solo alla società inglese, ma io credo che anche una storia ambientata nello stesso periodo nelle grandi città dell’est degli Stati Uniti - dove la spinta verso il cambiamento era ancora più forte di quella inglese e in genere europea - possa essere definita vittoriana, anche per l’evidente familiarità che l’America ha con la cultura anglosassone (e non a caso il romanzo che considero più vittoriano tra quelli letti è proprio “Washington Square” di Henry James).
Nel mio piccolo, ho ambientato “Un amore di fine secolo” nella New York del 1898, non a Londra, proprio perché ritenevo che a New York la vicenda potesse essere più verosimile. Una giovane donna inglese intraprende uno scomodo viaggio in nave fino a New York con lo scopo di sposarsi e cambiar così in modo radicale la propria vita, ma quando arriverà non troverà lo sposo ad attenderla e dovrà inventarsi una professione per vivere: diventerà una giornalista. Ora, a New York nel 1898 c’erano diciotto quotidiani cui collaboravano ben accette anche delle giornaliste. Sulla base di questa realtà ecco che New York è diventata per me una scelta obbligata e credibile, non un modo per rendere più glamorous la mia storia.

Autrici contemporanee che scrivono dell’Ottocento. Cosa deve restare invariato in termini di lessico e dialoghi e quanto può variare? Il sesso può essere spinto e la narrazione più accessibile?

Io credo che il termine vittoriano si debba definire solo al periodo storico in cui è ambientata la vicenda, alla veridicità del background e alla coerenza dei comportamenti (anche in caso di protagonisti anticonformisti). Non penso che si debba cercare di scimmiottare gli scrittori del periodo nel lessico utilizzato, semmai bisogna essere molto attenti a non farsi scappare parole o modi di dire che ai tempi della storia non erano in uso e a non cadere in errori cronologici ridicoli. Controllare tutto, controllare sempre!!! Per quanto riguarda lo stile credo che il mio (sempre che ne abbia uno) non differisca molto quando scrivo contemporaneo o storico, e poi onestamente non sto a pensarci su più di tanto. E per quanto riguarda il sesso… il sesso è sesso, oggi come allora. Certo bisogna tenere presente le differenti abitudini sociali anche in campo sessuale (e avere a che fare con la verginità della protagonista è una bella seccatura), ma sta solo a chi scrive, una volta appurato che la scena di sesso in quel punto sia coerente con l’epoca e con la storia, descriverla in maniera soft, hot o chiudere la porta della camera da letto in faccia al lettore. In un vittoriano come in un contemporaneo.  

L’eroina vittoriana per eccellenza:  pregi e difetti?

Sono stati scritti fior di saggi, sull’argomento! (Non che li abbia letti, mi do un tono!)
La tipica eroina vittoriana, quella a cui tutti pensiamo subito, è l’ angelo della casa, che tiene gli occhi bassi e obbedisce al suo signore/padrone, che racchiude nella sua passività i valori domestici del periodo, in cambio di una sicurezza sociale che solo il marito e la famiglia possono darle.
L’eroina vittoriana (la cui immagine si diffonde attraverso una letteratura più accessibile a tutte le classi sociali) non è altro che la difesa del sistema sociale costituito.
Anche quando questo stereotipo mostra insofferenza verso un ruolo imposto, alla fine finisce però per accettarlo, come la meravigliosa Margaret di "Nord e sud" della Gaskell che sposerà Mr Thornton. Ma a quale prezzo? ci chiediamo.
Anche l’altra faccia della medaglia, la donna perduta, che si rovina per un amore impossibile (Tess d’Uberville) è una figura che si ripropone spesso nel periodo vittoriano, ed è una figura tragica. Perduta, ma anche innocente, vittima di una società spesso ipocrita capace di accusare e di girarsi prontamente dall’altra parte. Visto cosa succede a peccare? Sembra essere la morale.

Le tue sono eroine moderne inserito nel contesto storico. È  questa la chiave per rendere il romanzo vittoriano plausibile e accettabile nella nostra epoca?

Non lo so. Mi riallaccio al discorso fatto prima sugli stereotipi e lo dimentico subito. Perché ciò che voglio dalle mie eroine è molto più semplice:  in qualsiasi contesto storico voglio che siano credibili e capaci di trasmettere delle emozioni.
Per far sì che le mie protagoniste siano portate a pensare ed agire in modo più moderno rispetto al loro tempo creo semplicemente le condizioni perché lo possano fare:
1) colloco la vicenda in un ambiente sociale e in un luogo fisico che siano compatibili alla loro evoluzione esistenziale; 
2) le metto di fronte a circostanze particolari (se non eccezionali) che le inducano a intraprendere delle strade diverse rispetto a quelle che avrebbero percorso se la loro vita si fosse svolta nella normalità.
Ad esempio In “La Traversata – Un amore di inizio secolo”, prequel del romanzo che sto terminando, ambientato nel 1900 su un transatlantico in rotta dall’America all’Inghilterra, Priscilla è una nobildonna inglese educata solo a incarnare alla perfezione il ruolo di lady, di moglie e di madre. Ma cosa succede quando si rende conto di aver sposato un uomo violento che non la ama? Scappa e per poter tornare in Inghilterra si impiega su un transatlantico come bibliotecaria. Lei che non ha mai alzato un dito in vita sua! Sono le circostanze a stravolgere completamente il suo punto di vista e il lavoro diventa così per lei il mezzo per ottenere la libertà. Punto di vista troppo moderno per una lady di inizio secolo? Forse, ma non così strampalato se è la necessità a imporlo.
Il protagonista maschile nel romanzo vittoriano deve incarnare l’eroe di “bello e dannato”, deve essere tenebroso e impossibile come Heatcliff o un gentleman inglese?

Dipende dalla vicenda che si vuole raccontare, come per qualsiasi altro periodo storico. Così come non amo un’eroina stereotipata, non amo neppure un eroe tagliato con l’accetta. Va be’, nel romance l’eroe deve essere sempre un po’ da sballo e tormentato, ma mai tutto d’un pezzo! Per questo mi sforzo di lavorare molto sulle fragilità dei miei protagonisti, sia che vivano ai giorni nostri o nel passato.

Documentazione fondamentale e necessaria, ma come ci si documenta per il vittoriano. Se dovessi dare un consiglio ai nuovi autori come suggeriresti l’iter per le ricerche storiche?

Leggere romanzi scritti in quei tempi, prendendo moltissimi appunti, anche su cose o fatti che paiono di piccola importanza. Ripassare la storia di quel periodo: guerre, rivolte ecc. Studiare usi e costumi (su internet ormai si trova molto, anche materiale fotografico e video dagli ultimi decenni dell ‘800 in poi). Informarsi bene, per poi eventualmente collocarli nella vicenda che si vuole raccontare, su: personaggi reali, giornali, libri usciti in quel periodo, pièces teatrali, avvenimenti scientifici, scoperte, opere artistiche o architettoniche. Studiare mappe, mezzi di trasporto e vie di comunicazione dell’epoca, la moneta in corso, ecc.
Non si useranno tutte queste informazioni, ma saranno comunque utili per meglio ambientare la vicenda.

Romanzo vittoriano Vs. Romance vittoriano. Quali le differenze?

Scrivo romance per cui le mie storie (contemporanee o storiche che siano) sono sempre incentrate sulla storia d’amore. La Storia -  in caso di una scelta vittoriana o regency o altro ancora -  con la S maiuscola è solo il background delle mie trame, non è la protagonista. Ciò non toglie che io cerchi di esserle fedele in modo quasi maniacale, dagli usi e costumi dell’epoca all’utilizzo dei modi di dire che spesso ci ingannano (esempio tipico: definire qualcuno un pallone gonfiato in un romanzo che si svolge prima dell’invenzione della camera d’aria).
Eppure, ho letto dei romance che potrebbero essere ambientati in ogni periodo storico, da tanto sono neutri! Spesso, da lettrice, ho cercato un particolare, un nome, un evento che mi desse informazioni sul periodo, senza trovarne. Forse ciò è tollerato da una lettrice non attenta, ma personalmente  trovo questa mancanza di collocazione storica insopportabile. Per questo nei miei romanzi cerco sempre di offrire coordinate al lettore per inserire la vicenda in un periodo preciso ( mi piace anche usare la datazione a inizio di capitolo), ma senza insistere in modo pedante con le informazioni. 
Nel romance storico (ma anche nel romanzo) la Storia deve essere presente, non onnipresente. Deve respirare insieme ai protagonisti, non stargli col fiato sul collo. 






1. SCRIVERE QUOTIDIANAMENTE: Scrivere tutti i giorni, anche poco, ma tutti i giorni.

2. CONOSCERE GLI AVVENIMENTI STORICI: Conoscere ciò di cui si scrive. Se scrivo di un incontro avvenuto all’interno del British Museum nel 1811, devo sapere che si trovava in una località diversa da quella di oggi e devo documentarmi su qualche opera che esponeva, se l’accesso era libero a tutti, e via così.

3. CERCARE RITRATTI DELL'EPOCA: Preparare un file contenente immagini di uomini e donne di quel dato periodo. Tratte da dipinti o fotografie. 

4. CERCARE AMBIENTI DELL'EPOCA: Nello stesso file inserire altre immagini (case dell’epoca, oggetti, mezzi di trasporto, ecc) la cui descrizione potrebbe a un certo punto esserci utile.

5. POSSEDERE UN CALENDARIO DELL'EPOCA: Tenere a portata di mano il calendario dell’anno di cui si scrive, dopo aver annotato eventuali fatti storici o culturali importanti capitati in quei giorni. 

6. CONTROLLARE E RICONTROLLARE: Controllare in modo maniacale tutti i fatti di cui si scrive, i nomi dei personaggi reali e dei luoghi (e se sono di fantasia, meglio ispirarsi a nomi esistenti, magari cambiando un paio di lettere).
  
7. INFORMARSI SU USI, LEGGI E COSTUMI: Essere informati sugli usi e i costumi di quel periodo e sulle più importanti leggi che vigevano in quella data società. 

8. LINK UTILI PER LA RICERCA: Sapere dove andare a cacciare il naso in caso ci fosse necessaria un’ulteriore documentazione (tenere da parte i link ai siti di consultazione più importanti può essere già un punto di partenza).

9. CREDIBILITA' DEI PERSONAGGI: Cercare di definire la personalità dei propri protagonisti, in modo che poi si comportino in modo coerente e non come degli schizzati totali.

10. LA STORIA NON E' LA PROTAGONISTA: Raccontare una bella vicenda, che tenga avvinto il lettore. La STORIA deve essere un protagonista del romanzo, certo, ma rimanere sullo sfondo, non deve affogare il plot in un mare di informazioni inutili. Altrimenti? Il lettore si annoia. Be’, è lapalissiano, no?

9 commenti:

  1. Grazie Linda!! È stato un onore essere ospite del tuo blog ed essere intervistata su un tema tanto importante.
    Non che io sia un'esperta, ci tengo a dirlo, ma amo i grandi autori del periodo vittoriano e quindi spero di aver comunicato un po' di questo amore a chi leggerà l'intervista.
    Ancora grazie
    Un abbraccio
    Viviana

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    1. Lo hai trasmesso alla grande, un onore immenso per me intervistarti ma ora ti rivoglio al più presto <3

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  2. Grazie a entrambe per questo articolo. è molto istruttivo. sono sempre più dell'idea che più si scrive più si diventa tuttologi, perchè non si possono narrare determinati eventi senza conoscerli.

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    1. Grazie a te per essere passata :) perfettamente d'accordo con te

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    2. Grazie Mila. Io, per lo storico, mi preparo leggendo soprattutto altri romanzi. Quando trovo qualcosa di interessante, lo trascrivo da qualche parte, poi, se non lo perdo, lo rispolvero al momento giusto. :)

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  3. MoIto interessante, davvero un piacere

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    1. Ma grazie Raffaella!
      Linda fa un lavoro grandioso, e io mi sono sentita veramente lusingata a farne parte. :)

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